Malatesta Adeodato *

MALATESTA ADEODATO
Modena 1806 - 1891
Avviato al sacerdozio, compì gli studi ginnasiali presso il seminario di Modena, ma i buoni uffici dello zio, G. Guzzoni, gli aprirono la strada per la modenese Accademia Atestina. Nel 1826 fu inviato per il perfezionamento a Firenze, dove seguì le lezioni di P. Benvenuti e di G. Bezzuoli. Gli album di questi anni documentano un intenso studio sui modelli cinquecenteschi, a cui si aggiungono interessi per il Quattrocento e la pittura nordica. Risalgono al 1827 Filottete nell'isola di Lemno (Modena, Museo Civico, deposito della Galleria Estense), che testimonia la sua adesione al cromatismo bezzuoliano, e Ritratto di Bernardino Rossi, suo compagno di studi e futuro cognato. Rientrato in patria nel 1829, l'anno seguente ottenne il pensionato di studio a Roma, dove poté frequentare l'ambiente dei Nazareni. Il soggiorno fu presto interrotto a causa delle sue sospette simpatie per i liberali di C. Menotti, della cui figlia, Polissena, eseguirà più tardi un sontuoso ritratto (1869, Roma, Galleria Nazionale d’Arte Moderna). Impegnato a riconquistare la fiducia granducale, si dedicò alla realizzazione di ritratti della borghesia modenese e nel 1833, dopo essersi sposato, poté recarsi con un sussidio estense a Venezia, dove frequentò la scuola di pit-tura diretta da O. Politi e da L. Zandomeneghi. Il fondamentale incontro con il cromatismo veneto diede i primi risultati in San Mauro che ridona la vista a un cieco (1834, Correggio, Museo Civico), in Santa Filomena (1836, chiesa del Voto, Modena) e nel Martirio di San Bartolomeo (chiesa di San Bartolomeo, Fiumalbo, Modena). Dalla fine del 1837 fu di nuovo a Roma e nel suo studio a Palazzo Altemps ottenne riconoscimenti come uno dei più apprezzati artisti del tempo. Rientrò a Modena nel 1839, per dirigere l'Accademia Atestina, carica che tenne fino al 1890, introducendo importanti innovazioni che resero l'istituto il centro più all’avanguardia dell’Emilia. Nel decennio successivo ricevette committenze in tutta la penisola e divenne il protagonista dell’arte ufficiale modenese. Assiduo alle più importanti rassegne, si aggiudicò numerosi premi, come quello per l'arte sacra a Firenze nel 1861 (Loth con le sue figlie, Agar nel deserto, Il ritorno di Tobia). La sua vasta produzione comprende ritratti, di gusto Biedermeier e “alla Ingres” (come La famiglia Malatesta, 1833, Modena, Museo Civico) oppure dignitosamente impostati nel caso delle opere di corte (Ritratto di Maria Teresa d'Austria, Doppio ritratto di Nicola Spinelli con la consorte Eloisa Bellincini Bagnesi, entrambi a Modena, Museo Civico), quadri d’altare, in cui l'eclettismo delle scelte, dovuto spesso a esigenze di committenza, vede l'alternarsi di forme puriste (Madonna in trono con il Bambino e i santi Alfonso e Luigi, 1841, chiesa delle Domenicane, Modena) a costruzioni secentesche (Cristo in croce sul Calvario, 1850, chiesa di San Giuseppe, Bologna). Sempre a Raffaello si richiama un'opera molto nota, il Tobiolo (coll. privata), in cui poté dispiegare la sua poetica degli affetti. Parallelamente, nelle opere storiche, sono presenti le istanze di modernità romantica, come nel celebre Ezzelino da Romano (1856, Modena, Museo Civico), vero testo canonico della pittura di storia della metà del secolo, e nelle opere di genere in cui esplorava il vasto repertorio secentesco (Vecchia che fila, 1849, Modena, Museo Civico; La fruttaiola, 1852, coll. privata). Novità di tendenza verista, ma in chiave morelliana, arrivarono dalle ultime opere religiose: la Pala di Panzano (1857, Panzano di Castelfranco, Modena) e la Cena in Emmaus (1875, Duomo di Legnago, Verona). A partire dagli anni '60 si accostò al mezzo fotografico, utilizzato come base per diversi suoi ritratti (Ritratto della famiglia Guastalla, Modena, Galleria Estense).
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