Tutto sommato, vent'anni eccezionali

On 09 April 2014

di Daniela Fonti, Il Giornale dell'arte, aprile 2014

 

 

 

Sono passati quasi cinquant'anni da quando Carlo Ludovico Ragghianti, nel 1967, organizzò a Firenze la prima mostra memorabile sull'arte in Italia nel ventennio fra il 1915 e il 1935: una riconsiderazione ad ampio spettro  (2.100 furono le opere esposte!) delle moltissime figure di pittori e scultori che la storiografia artistica del dopoguerra  aveva accantonato. Da allora, l'arte italiana "fuori dalle avanguardie" è stata al centro di molte riproposte e riletture storico-critiche, incentrate su periodizzazioni (anni Trenta), correnti, scuole, stili o tendenze (Metafisica, Realismo magico, Novecento; Scuola Romana, Ritorno all'ordine), infine fenomeni, come l'arte pubblica di regime (Muri ai pittori). Ne è emerso un panorama di studi sempre più approfonditi, nei quali tuttavia era sempre possibile leggere in filigrana lo sforzo di liberare l'arte di quel ventennio dall'implicita condanna politica del fascismo.

Dopo tanti sforzi fatti da molti, è ormai convinzione comune che il giudizio politico non possa riflettersi in modo semplicistico nel giudizio estetico, così come è ormai doveroso riconoscere che il "regime" non influì se non in modo molto indiretto, e marcatamente solo dopo il 1938, nelle scelte degli artisti i cui orientamenti risiedettero in motivazioni tutt'affatto personali.

Ora, con grande ricchezza di dati e ampia latitudine dell'orizzonte storico-critico adottato, Fabio Benzi propone il suo attraversamento delle vicende dell'Arte in Italia fra le due guerre, facendo tesoro della sua esperienza di studioso e curatore di mostre di grande respiro. Difficile riassumere l'articolazione del denso volume che si snoda dalla vicenda di "Valori plastici" fino ai tardi anni Trenta, se non sottolineando l'impegno di mettere in connessione tutto un tessuto, sfaccettato e talvolta contraddittorio, di dati di ci cronaca e di storia, posizioni critiche e raggiungimenti estetici. Un panorama tutt'altro che provinciale, ma ricco e fecondo, che coinvolse l'Italia nei suoi centri più vitali (Milano, Torino, Roma, poi persino Parigi e gli Usa), in una trama di macro e microeventi difficile da irreggimentare., perchè se è vero che il fascismo non impose pesanti direttive per un'arte di Stato, rimase tuttavia sempre per gli artistil'interlocutore implicito., le cui aspirazioni in ambito estetico molti (per non dire tutti) ambivano a incarnare, sia pure nei più diversi linguaggi. Classicismo, mediterraneità, romanità, più che categorie estetiche, furono parole d'ordine che gli artisti e il regime a turno inventarono e si rimbalzarono in un ambiguo gioco di specchi che tuttavia lasciò spesso indenne la sostanza poetica di un'arte di livello internazionale.

 

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